Venturino Marco. Cosa sognano i pesci rossi. Mondadori 2016. Pg. 254
Recensione di Marika Werren
“Mi chiamo Pierluigi Tunesi, ho quarantacinque anni e sono un dirigente d’azienda. Per la precisione sono amministratore delegato di un’importante azienda multinazionale di apparecchiature elettroniche. O meglio, ero Pierluigi Tunesi, avevo quarantacinque anni ed ero un dirigente d’azienda. Adesso sono il numero sette, almeno sento che così mi chiamano….”
Così inizia il libro Cosa sognano i pesci rossi scritto da Marco Venturino, direttore di divisione di anestesia e terapia intensiva all’Istituto Europeo di Oncologia di Milano.
All’amministratore delegato di una importante azienda viene diagnosticato un tumore in fase avanzata. Non si potrebbe operare, ma un chirurgo “luminare” lo fa lo stesso. Salvo parcheggiare il paziente in terapia intensiva quando l’operazione non riesce. Tra quest’uomo ormai menomato, incapace di comunicare, in attesa della morte, e il medico di terapia intensiva che deve prendersi cura di lui, comincia un rapporto tormentato e umanissimo che l’autore descrive nei dettagli più personali, suddividendo il romanzo in capitoli, uno raccontato in prima persona dal malato, l’altro dal medico.
Cosa sognano i pesci rossi è un romanzo breve ma intenso, capace di toccare corde profonde senza mai diventare retorico. Marco Venturino ci porta dentro un mondo che conosce bene: quello dell’ospedale, un luogo dove la vita e la morte si sfiorano ogni giorno, e dove l’umanità si rivela nelle sue forme più fragili.
Il romanzo ci invita a riflettere su quanto sia facile perdere il contatto con le emozioni autentiche, specialmente quando si è costretti a confrontarsi con la sofferenza. All’interno delle mura di un ospedale, dove tutto sembra ridursi a diagnosi e protocolli, l’autore ci ricorda che dietro ogni paziente c’è una persona, e dietro ogni medico un essere umano che cerca di non farsi travolgere dal dolore.
Il titolo del libro è una metafora bellissima: i pesci rossi vivono chiusi nella loro boccia di vetro, osservano il mondo ma non possono toccarlo, e nessuno sa davvero se sognano, se sentono, se capiscono. Allo stesso modo, molti dei personaggi di Venturino vivono separati dagli altri, intrappolati nelle proprie abitudini e paure, incapaci di comunicare davvero.
Il libro offre momenti di profonda tristezza, ma anche di speranza. L’autore ci mostra che anche chi lavora per salvare vite deve imparare a fare i conti con i propri limiti, con la propria fragilità. E forse proprio accettando quella fragilità è possibile tornare a sentire, a sognare, a vivere davvero perché, anche nelle situazioni più buie, esiste sempre la possibilità di riscoprire la propria umanità.
Cosa sognano i pesci rossi è una storia che non dà risposte, ma invita a porsi le domande giuste: cosa significa essere vivi? Fino a che punto ha senso curare un corpo, se l’anima è spenta? E soprattutto: che valore ha la compassione in un mondo dove tutto sembra diventare routine?
È un romanzo che parla sottovoce, ma che resta dentro a lungo e ti “lascia addosso un odore particolare delle cose umane”, come da desiderio espresso dall’autore nella prefazione.
